La vita è un pesce


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“La vita è un pesce e noi siamo il pescatore” e giù like o retweet come se piovesse (peraltro oggi piove eccome). I fatidici 140 caratteri di Twitter, o gli status di Facebook (all’uopo più lunghi, ma poi chi cazzo se li legge?) hanno finito con l’invadere le pagine dei romanzi – o presunti tali – che affollano le poche librerie rimaste in piedi dopo lo Tsunami del “no, non l’ho letto il libro ma ho sentito un amico che ne parlava su Fb”; “l’ho letto su Twitter, i giornali ormai non li compro più”.

Ormai affrontare la lettura dei romanzi, quelli italiani in particolare, vuol dire infradiciarsi in un abbondare di aforismi più o meno insignificanti che catturano il lettore solo perché sembra nascondersi dietro ogni parola chissà quale verità assoluta, sebbene poi dicano le solite banalità sconcertanti. Del resto l’aforisma altro non è che filosofia o sociologia spiccia, generalizzante, inconsistente e dogmatica. Tutte caratteristiche del nostro presente – dalla scuola alla politica al lavoro.

L’editoria non è da meno. La letteratura invece? Beh quella dovrebbe esserne esente, come qualsiasi arte e pensiero filosofico. Invece oggi pare che non ci sia più spazio per la letteratura se non quella che abbia la caratteristica del succitato esempio aforistico. O bella! E la psicologia dei personaggi? E chi è? La struttura narrativa del plot? E come parli? L’aderenza al vero? E che significa?

Ma smettila, mi viene detto, il lettore vuole leggere se stesso, ha bisogno di trovare quello di cui vive in una pagina. Certo, non è del tutto falso. Tuttavia se si crede che l’unica strada perché il lettore arrivi alla fine del rigo sia raccontare i cazzi propri a vanvera stimolando il voyerismo tipico dei social network che c’è in ciascuno di noi (quindi anche del lettore) siamo davanti a una smaccata operazione commerciale che con la letteratura non ha niente a che vedere. Sia ben chiaro, l’operazione commerciale è più che legittima, infatti poco più su ho parlato di “editoria” e l’editoria soggiace alle sole leggi di mercato.

Il problema vero è che se si ragiona così, se anche chi (la critica! La critica? E chi è? È roba che si mangia?) dovrebbe avere gli strumenti, o possedere perlomeno lo spirito critico giusto per evidenziare che quella roba è solo fuffa commerciale e che con la letteratura c’entra quanto il polistirolo nella differenziata della carta allora si rischia che non ci sia più spazio per altro, per quello che appunto si “differenzia” dal voyerismo speculare dell’egotico che ha invaso la nostra quotidianità.

Il quarto d’ora di popolarità tanto decantato da Warhol è il vangelo che i social permettono e regalano a tutti. Uno strumento democratico, si dice – vero. Peccato però che poi si venga invasi solo da ombelichi straripanti, grassi e diabetici che nascondono o addirittura pretendono di ergersi a verità incontrastate.

Diceva un maestro: la democrazia non è la volontà della maggioranza, bensì la salvaguardia delle minoranze. Già, ma chi se lo ricorda oggi? Del resto basti pensare alla nostra classe politica – ma questo è un altro capitolo.

Nel frattempo, provare a leggere tweet e status di lunedì mattina aiuta a capire quali prossimi romanzi ombelicali pubblicheranno. Così passando dal famigerato “Cogito ergo sum” di cartesiana memoria alla tradizionale rivisitazione da cabaret “Coito ergo sum” siamo sfociati nell'insulso e semplificato “Ego sum”. A futura memoria.

L’immagine del post è una foto di © Erik Johansson

L’aforisma "La vita è un pesce e noi siamo il pescatore" è stato partorito da me appositamente per questo post, nessun libro o romanzo italiano né alcuno status o tweet è stato deturpato o saccheggiato.

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