Un viaggio insolito

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Ripropongo qui un mio racconto per la giornata della memoria, uscito quattro anni fa su "Torno Giovedì".

Era un viaggio insolito. Era primavera, anzi si era a ridosso dell’estate, ormai.

Eh sì che da sempre erano migrati, il bisnonno del trisavolo si mormorava fosse arrivato in quelle terre nordiche, chissà da dove. Anche a quel tempo doveva essersi trattato di un viaggio insolito. Si raccontava fossero arrivati da Sud in pieno inverno. Un viaggio sfiancante, per approdare in quella terra verde e rigogliosa, innevata di inverno, variopinta nelle altre stagioni. Quasi il Paradiso perduto dagli avi – non fosse per il gran freddo invernale.

Oggi era tutto diverso. Guardava i paesaggi sfrecciare mentre assiepati su quel treno andavano ancora più a Nord. “Dove andiamo mamma?” chiedeva. “In vacanza? Al mare? Io non ho mai visto il mare, papà mi ha promesso che mi ci avrebbe portato.” Sua mamma sorrideva e non rispondeva, diceva solo di non preoccuparsi. Lui non era preoccupato: viaggiare gli era sempre piaciuto, da grande voleva fare l’esploratore.

Arrivati a destinazione, in quel viaggio insolito e segreto, si trovarono in un ambiente nebbioso, quasi sulfureo, grigio, decisamente particolare per una vacanza di fine anno scolastico. Lui teneva la mano di sua mamma, con gli occhi guardava suo padre allontanarsi in un’altra direzione con lo zio, con altri uomini. Non capiva perché gridavano tutti, ma di certo qualcosa lo turbava, e sentiva montargli dalla gola un pianto che non avrebbe lasciato fuoriuscire, però.

C’erano quei poliziotti, anzi erano militari che parlavano quella lingua così simile alla sua, sebbene con un’intonazione diversa, eppure gli sembrava di capirli, che dettavano ordini in sequenza e non sembravano proprio ben intenzionati. Ma lui, sua mamma, suo papà, la sua famiglia tutta non avevano fatto niente di male, anzi, lui quell’anno a scuola era stato davvero bravo – il primo della classe.

“Mamma quando torniamo a casa? E papà perché se ne va di là?”

A quelle domande non aveva risposte, sua madre sembrava più concentrata a capire cosa sarebbe accaduto. Lui sentiva le gambe malferme, era sì uno strano viaggio, davanti a quel cancello, a quell’ingresso di un non-luogo, leggeva una frase in quella lingua simile alla sua, e capiva che c’era scritto che il lavoro rendeva liberi.

Liberi da cosa? Sognava il mare e di diventare esploratore, non di lavorare quell’estate.

Ma non avrebbe lavorato, non avrebbe avuto neanche il tempo. Il piccolo Yankel non avrebbe ricevuto neppure quello strano numero tatuato che avevano tanti lì dentro.

Dovevano lavarsi, questo era l’imperativo categorico che quegli uomini in divisa gridavano a più non posso nelle loro orecchie.

[La foto è di Francesco Di Maio]

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